La Fiat va a gonfie vele; è in testa nella crescita delle vendite; aumenterà la produzione di auto in Italia da 650.000 a 900.000 unità; incasserà una montagna di eco incentivi, ma chiuderà lo stabilimento di Termini Imerese perché, a detta dell’ad Marchionne, ogni vettura ivi prodotta gli costa 800-1.000 euro in più rispetto a quelle che escono dagli altri stabilimenti italiani.
Il signor Marchionne è tutto proteso verso lo sviluppo del suo Gruppo (come è giusto); è caricato a mille, visto anche l’andamento delle vendite; non sopporta che qualcosa possa appannare la visione che lui ha delle strategie da adottare: questo qualcosa è lo stabilimento di Termini Imerese, non importa se da esso dipende la la sopravvivenza di 2.500 famiglie e l’avvenire di migliaia di giovani.
Tutto questo avviene quando il Governo della Regione Sicilia finalmente s’impegna con atti precisi e concreti a rimuovere le cause di disagio logistico e ambientale che incidono sull’efficienza dello stabilimento e sui costi di produzione (vedi: potenziamento del porto, costruzione di nuove infrastrutture, messa a disposizione di nuove aree, agevolazioni per la creazione di nuove aziende per l’indotto e il rafforzamento di quelle esistenti, finanziamenti per le ricerche sull’auto elettrica, ecc.).
Adesso gli operai di Termini Imerese dovrebbero stare tranquilli aspettando il miracolo di una riconversione che nessuno sa in che cosa consisterà, vedendo la propria fabbrica spegnersi lentamente (con progressive riduzioni del prodotto e delle risorse umane impiegate) fino alla sua morte già decretata per il dicembre 20011′
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